il valore di un tweet (e di un retweet) e la diffamazione su Twitter: @Beppe_Grillo vs @Riotta


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Chiariamo prima di tutto una cosa: un retweet non vale meno di un tweet. Sia esso un retweet puro, fatto utilizzando il tasto funzione di Twitter, sia editato a mano con l’indicazione “RT” sia proposto tra virgolette quel contenuto sarà visibile nella nostra timeline allo stesso livello degli altri, sia su web sia con l’app ufficiale (sono ormai poche e obsolete quelle non ufficiali che non mostrano i retweet di un utente ma solo i suoi tweet e vi sconsiglio di usarle). Anzi si potrebbe dire che il retweet vale forse più di un tweet sulla piattaforma visto che viene considerato dal sistema Twitter come una sorta di gradimento del contenuto. Tecnicamente equivalgono entrambi a proporre ai nostri follower un contenuto, un concetto, un’idea. Sta poi a chi ci segue interpretare o contestualizzare o persino reagire alla presenza di quel contenuto. È proprio questa l’interazione che è al cuore dei Social Media (e quindi di Twitter), non solo quella esplicita di una reazione o di una risposta ma anche quella implicita nella definizione collaborativa del contesto comunicativo comune. Sto facendo satira? Sto facendo cronaca? Sto chiacchierando con gli amici come al bar? Chi mi segue si aspetta che la chiacchiera da bar abbia valore informativo? o che la cronaca sia in realtà satirica? Questo dipende non solo da noi ma dai nostri follower e insieme si contratta ruolo e contesto. Perciò la presenza di un contenuto su Twitter, o in generale online, non equivale per esempio a quella sui media tradizionali come la TV e la stampa dove, essendo già definiti ruoli e contesto, la semplice esposizione del contenuto definisce già tutto. Questo è uno dei motivi per cui è tecnicamente difficile dare delle regole di comportamento generali vincolanti per i Social Media oltre un certo grado di profondità. Questa indeterminazione aumenta se si pensa che su Twitter la sfera sociale non è unica ma frammentata in diversi gruppi ciascuno dei quali ridefinisce la grammatica d’uso a suo piacimento. Per fare un esempio la sfera dei giornalisti ritiene di maggior valore la citazione o il tweet scritto personalmente che il retweet e considera negativamente chi retwitta i complimenti che riceve. La sfera dei personaggi noti dello spettacolo (sì è una sfera, si conoscono e dialogano spesso tra loro) ritiene accettabile avere pochissimi following (gli utenti che possiamo leggere nella nostra timeline) ma passano ore a rispondere alle mention dei fan stessi. La sfera dei foodblogger spesso usa gli hashtag per organizzare incontri di degustazione tra loro. La sfera dei Community Manager preferisce usare molte mention per coinvolgere, usare retweet manuali per rinserire commenti o pubblicare propri tweet di contenuti altrui invece di fare retweet. La sfera degli adolescenti appartenenti a qualche fandom considera accettabile retwittare i complimenti che riceve come atto di ringraziamento a chi li fa e lo scambio esplicito di follow (“io ti seguo se tu mi segui”). Si potrebbe andare avanti a lungo e i contesti si stanno differenziando sempre più. Detto questo, si può essere querelati per un tweet? Certamente, soprattutto se è in relazione ad un contesto che giustifica la diffamazione. Per esempio è quello che sta accadendo a migliaia di utenti inglesi che avevano associato, in un tweet o in un retweet, il nome di Lord McAlpine con la pedofilia a seguito di un servizio della BBC, poi rivelatosi falso, che ha provocato un terremoto nell’emittente pubblica britannica. Questo ha suscitato un grande dibattito, anche all’estero, sulla diffamazione online. Se vogliamo affrontare questo punto bisogna ben considerare le modalità della Rete che stanno trasformando la nostra società:  non è più la semplice esposizione di un contenuto che può giustificare la diffamazione, è necessario considerare anche il contesto digitale. Così come gli stessi utenti non possono pensare di usare i Social Media e pretendere gli stessi comportamenti di privacy (e responsabilizzazione) del secolo scorso. In altre parole chi produce i nuovi contenuti deve assumersi una nuova responsabilità, prima inesistente, e ne deve essere ben cosciente. Si potrebbe dire che l’irresponsabilità di massa non esiste più e la responsabilità professionale cambia forma. Queste riflessioni tornano utili per la vicenda tra Beppe Grillo, ovvero il suo capolista in Sicilia Mario Giarrusso, e Gianni Riotta. Quest’ultimo twitta un’affermazione su Giarrusso che in realtà è tratta da un articolo uscito sulla Cronaca di Palermo a firma di Carmelo Caruso:

Ora che si tratti di un tweet originale, di una citazione di Repubblica o di un retweet (che non è, comunque) non è importante. È importante il contesto digitale in cui è stato espresso: Riotta è un noto giornalista, su Twitter parla del suo lavoro e delle notizie più diffuse, i suoi follower certamente si aspettano proposte di qualità o quantomeno con un certo grado di verifica. Giarrusso racconta la sua versione, e del perché si tratti di una notizia totalmente infondata, sul blog di Beppe Grillo e anzi annuncia (con una modalità che non chiarisce se Grillo sia o meno parte attiva) querela contro Caruso e anche contro Riotta. Quest’ultimo si mostra sorpreso per aver solo riportato un articolo di un noto quotidiano:

La reazione di Giarrusso verso Riotta è sproporzionata? Riotta non ha aggiunto qualcosa di suo alla citazione dell’articolo ma d’altro canto bisognerebbe essere prudenti sulle conseguenze di cosa si diffonde online in un contesto informativo, se non si è nelle condizioni di verificare, per esempio per una notizia uscita su un grande quotidiano (che comunque ha già il suo Direttore Responsabile). In caso la notizia si rivelasse falsa bisognerebbe, e basterebbe, dare giusta evidenza su Twitter alla smentita. Si tratta in effetti di una rettifica passiva perché non si è sempre in grado di verificare direttamente o confermare il contenuto online esterno potenzialmente diffamatorio in casi del genere, soprattutto facendo curation. Credo siano aspetti di cui anche la legge dovrebbe tenere conto, con adeguate contromisure, per evitare l’effetto opposto di ingessare l’informazione online in cavilli retrò e nuovi tentativi di censura. Soprattutto perché nel caso di dispute e valutazioni politiche, così frequenti e spesso dure, la situazione online si complica molto e i termini di una sentenza e di una rettifica tradizionale possono tardare ad arrivare.

aggiornamento 4/1/2013: dopo la querela e le polemiche Repubblica scrive che Giarrusso rinuncia all’incarico. Riotta, che riporta l’articolo, commenta così:

 

 


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