quando l’allarmismo su Instagram può essere utile agli utenti


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Twitter ci potrà censurare?
Google ci potrà spiare?
Facebook ci potrà schedare?
Instagram potrà vendere le nostre foto?
Ad ogni cambio di TOS (i Termini di Servizio) dei più popolari social network si diffondono tra la gente timori sulla privacy e sui propri dati, soprattutto in Italia.
Il motivo per cui proprio in Italia siamo ossessionati dalla privacy su Internet e non allo stesso modo con altre modalità (banche, carte di credito, anyone?) meriterebbe un capitolo a parte, il bello è che questi timori sono tutti fondati.
Ebbene sì, siamo potenzialmente controllati, spiati, schedati ma non grazie all’ultimo aggiornamento dei TOS bensì fin dal primo momento in cui ci iscriviamo ad un social network e iniziamo ad inserire o creare contenuti.
Sono i Social Media, bellezza! si potrebbe dire.
O meglio, è la società digitalizzata in cui viviamo e dalla quale non si torna indietro.
Non basta dire che se non stai pagando il prodotto allora il prodotto sei tu, c’è dell’altro.

Ora è il turno di Instagram, popolare servizio di condivisione foto acquisito quest’anno da Facebook per un miliardo di dollari.
Come moltissime startup digitali di successo non ha un modello di business per ottenere ricavi immediati e Facebook vuole sfruttarlo per fare advertising, quantomeno in una modalità inusuale e sulla propria piattaforma.
Inevitabile un cambio dei TOS per tutelarsi in questo tipo di utilizzo, ed in particolare con l’aggiunta di frasi di questo tipo:

Parte o tutto il Servizio [n.d.L. Instagram] potrebbe essere sostenuto da ricavi pubblicitari. Per aiutarci a fornire interessanti contenuti o promozioni, a pagamento o sponsorizzati, acconsenti che un’azienda o un’altra entità possa pagarci per mostrare il tuo username, il grado di condivisione, le foto (insieme ad ogni metadato associato), e/o le tue azioni in connessione con un contenuto a pagamento o sponsorizzato o promozioni, senza alcun compenso per te.

e così via con termini di questo tipo.

Ora, in questi casi ormai lo sappiamo bene, le reazioni sono di solito di due tipi.
All’inizio scatta l’allarmismo, spinto da autorevoli blog, magazine specializzati e quotidiani.
Molti (anche tra gli esperti e addetti ai lavori) si preoccupano e si inizia subito a preparare l’esodo concertando alternative (come se ci si dovesse sempre tutti insieme spostare da un social network a un altro) e guide su come fuggire o cancellare i “propri” dati.
A questa tendenza si contrappone quella di chi riporta il fenomeno nei ranghi spiegando o chi minimizza o addirittura giustifica il cambiamento in virtù del diritto dell’azienda di turno di poter far soldi nel modo che ritiene più opportuno, di sostenersi o continuare a sostenere il magico sogno del settore digitale.
La gente normale in tutto questo è sballottata da una parte all’altra, presa nella pausa caffè tra il terrore di vedere i propri piedi domani comparire su un’affissione 6×3 in centro e l’impossibilità di fermare la voglia di condividere con gli amici cosa si sta mangiando o il panorama che si sta godendo.

La realtà è che queste aziende potrebbero scrivere ciò che vogliono nei loro TOS, anche “venderemo i tuoi dati personali agli alieni“, senza che questo riesca a cambiare nulla concretamente.
Oltre alle considerazioni sulla coerenza di questo tipo di contratto rispetto alle leggi locali (un aspetto che occuperà sempre più la giurisprudenza), il problema è che nessun utente legge mai questi testi prima di accettarli.
Prima ancora di chiedersi se sia realmente valido un contratto stipulato così, che nessuno legge mai, bisognerebbe capire quale grado di consapevolezza abbiamo di ciò che stiamo facendo online.
Questi termini vengono stabiliti dalle aziende di servizi online semplicemente per porre una base legale al loro business ma dal lato degli utenti serve un più impegnativo atto di coscienza, non legale (“potranno vendere i miei contenuti senza permesso?”) ma esistenziale (“quali sono davvero i miei contenuti?”).
È questo il tipo di riflessione che dovrebbe smuovere ogni vicenda come questa.
La scelta non è se far parte o meno di questo processo (con buona pace di neoluddisti, millenaristi e preppers) ma come farlo.
Come è possibile che ci sia gente che si accorge di aver fotografato con Instagram il proprio figlio minorenne esponendolo alla visualizzazione di chiunque (non solo gli amici) solo quando si teme che la foto possa essere venduta?
Come ci si può meravigliare poi che i più giovani si espongano spesso senza criterio online?
Dobbiamo certamente trovare un nuovo significato condiviso per contenuti digitali, proprietà e diritti perché quelli vecchi non sono più applicabili, e sono soprattutto gli utenti/cittadini a dover crescere e chiedere un nuovo patto con chi fornisce gli strumenti di condivisione nel modo più fruibile, costruendoci legittimamente un business.
Il patto, temporaneo, che si costruiscono i vari Facebook, Twitter e Google per poter operare come business non è fondamentale quanto la ricerca di uno nuovo e più adatto alle nostre reali esigenze e aspirazioni, passando dall’accettazione alla proposta.


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