l’effetto Le Tigre: il modo sbagliato di parlare dei problemi seri di privacy su internet


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Il bimestrale francese Le Tigre ha pubblicato un’inchiesta per dimostrare la pericolosità della diffusione dei dati personali su internet, e in particolare sui social network, probabilmente per sensibilizzare i propri lettori.
Si tratta di un problema molto serio che richiede la massima attenzione da parte di tutti.
Per fare questo ha preso un utente a caso e, a sua completa insaputa, ne ha seguito tutte le tracce digitali ricostruendo interamente la sua vita reale.
Ne è venuto fuori un articolo in cui, dando del tu al poveretto, si rivelava completamente la sua biografia compreso il suo nome e cognome.
Il malcapitato una volta scoperto l’articolo ha contatto la redazione per protestare ma non è riuscito ad ottenere nulla più della cancellazione del suo cognome (in effetti adesso sono rimasti nome e iniziale del cognome, il che non cambia molto…).
Quando ho letto la storia sono rimasto basito: l’intento sembrerebbe lodevole (far capire che internet non è più anonimato e i nostri dati possono essere visti da tutti) e la tecnica usata serve evidentemente a creare un grosso impatto emotivo (utile in questi tempi di emergenza privacy digitale).
Ma i mainstream italiani semplicemente riportano la notizia, focalizzandosi più sulla pericolosità di internet che altro.
Eppure hanno raccontato un fatto che¬†per la legge italiana¬†sarebbe¬†reato, proprio contro la stessa privacy dei cittadini che si vuole difendere, e che rischia di sortire un effetto controproducente senza una riflessione complessiva sulla sua illiceità.
Il rischio è che passi banalmente il messaggio che si può fare e nessuno ti può fermare, che “l’ha anche scritto il giornale“, senza riflessioni critiche.
Un effetto potenzialmente controproducente, utile ad alimentare paura nei confronti di internet senza spiegare però come conviverci bene.

Io non so che legge di tutela sulla privacy abbiano i francesi (non riesco a immaginare possa essere così tanto differente tra due paesi UE) ma un fatto del genere da noi è sanzionabile penalmente (ancor di più si può immaginare secondo la futura legge anti-stalking in discussione al Parlamento), con l’aggravante della diffusione a mezzo stampa.
Non vale neanche la scusante di riportare solo l’inziale del cognome perché attraverso la combinazione col nome e con tutte le sue attività dettagliatamente descritte il soggetto è univocamente identificabile¬†(tanto è vero che è stato un collega di lavoro che l’ha riconosciuto e avvertito).
Tutti quei dati sono personali, sono pubblicati senza permesso e senza una valida ragione (non si tratta neanche di un personaggio pubblico), addirittura all’interno sono indicate preferenze sessuali che essendo “dati sensibili” sono tutelati incondizionatamente dalla nostra legge, che qui riuscirebbe forse a essere violata quasi in ogni suo articolo.¬†

Ovviamente l’obiezione più frequente, anzi il cuore stesso dell’inchiesta è: ma i dati sono pubblici, anzi sono stati addirittura inseriti volontariamente da lui stesso.
Ebbene oltre alla legge ci sono state delle pronunce del Garante per cui i nostri dati personali, anche se reperibili pubblicamente e liberamente, rimangono pur sempre nostri e non possono essere trattati illecitamente o contro la nostra volontà.
Si pensi al classico caso dei numeri sull’elenco telefonico o alla condanna dello spam fatto usando email reperite online.
Lo stesso estensore dell’articolo in questione nel momento in cui raccoglie ed elabora i dati del protagonista della vicenda memorizzandoli sul computer o anche solo scrivendoli su un bloc-notes senza adeguata informativa e trattamento starebbe violando la nostra legge sulla privacy.
Ma soprattutto sarebbe contrario a qualsiasi deontologia professionale. 

Quindi attenzione a immaginare di poter fare una cosa del genere perché è senza dubbio gravemente illegale (se pensate che la legge sulla privacy ha fermato spesso l’iter di procedimenti per reati considerati più gravi).
La situazione attuale dei nostri dati su internet è la seguente: ¬†i nostri dati personali sono sparsi nella Rete, liberamente inseriti da noi stessi e pubblici ma pur sempre sparsi.
Qualsiasi raccolta, ricostruzione ed elaborazione che ci individua direttamente al di fuori del trattamento previsto dalla legge è illegale e perseguibile.¬†
Dobbiamo essere consapevoli della tutela e attenti a cosa rendiamo pubblico online.
Questo non vuol dire chiudersi completamente a fenomeni come il lifestreaming ma usare delle accortezze per avere sempre sotto controllo cosa stiamo dicendo di noi e cosa nascondendo. 
Ovviamente cՏ da fare una enorme opera di sensibilizzazione degli utenti ad essere consapevoli di cosa si sta mettendi in rete, come controllarlo e che rischi si affrontano. 

E’ abbastanza evidente che aver colpito duramente la vita di un cittadino francese a caso non sia un esempio molto efficace di discussione pubblica su internet e privacy; non più di organizzare una vera rapina a mano armata per sensibilizzare sul problema della sicurezza.
Viene il sospetto che si tratti prevalentemente di un attacco ai nuovi media sociali digitali, che è così tanto di moda in grandi gruppi editoriali che si sentono minacciati, e che gioca molto sulla paura nella gente del nuovo o di quello che non si sa/riesce/vuole gestire.
Una vicenda quindi che creerebbe un precedente utile, sul quale infatti molti hanno iniziato a lanciarsi.

In Italia il problema della privacy e dei nostri dati pubblici su internet esiste, è grave ed è aumentato ulteriormente con l’arrivo di milioni di nuovi utenti su Facebook, generalmente poco consapevoli del mezzo, spinti però proprio dalle campane dei mainstream media.
Sarebbe corretto, perciò, se loro stessi si impegnassero per primi a informare i cittadini sulle potenzialità e i pericoli, su cosa è lecito e cosa non lo è.


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5 thoughts on “l’effetto Le Tigre: il modo sbagliato di parlare dei problemi seri di privacy su internet

  1. JJFlash

    Privacy through obscurity, insomma.. il mio codice fiscale è scritto sui muri della città, però diviso in tanti frammenti sparsi.

    Sono stato io a farlo.

    Poi se qualcuno un giorno viene da me e dice “tiè, questo è il tuo codice fiscale, saluti!”, io mi devo sentire danneggiato, offeso, vittima?

    Il 99% degli iscritti a Facebook ha messo il suo nome e cognome nell’account. Quando la mentalità generale è questa, altro che Legge, bisogna fare proprio i papà e le mamme. E forse di più: quando si chattava su Videotel, nessuno lì sopra si sognava di mettere il proprio nome nelle chat, e i miei manco capivano che cacchio stessi facendo. Perché adesso nessuno più si spaventa degli estranei in rete?

    Tutto questo aldilà della Legge, è proprio un fatto di educazione, di cultura, di attenzione.

  2. Luca Alagna Post author

    penso anche io che sia senza dubbio un fatto di cultura (digitale).
    in Italia stiamo pagando lo scotto della nostra arretratezza (laddove in altri paesi la sensibilità si è già più evoluta) e adesso con facebook ci stiamo lentamente riallineando.
    ma la cultura è appunto qualcosa che si va consolidando lentamente nel tempo e non c’è verso di poterla cambiare con strattoni.
    bisogna andarci cauti perchè ogni strappo può generare una reazione contraria.
    pensa anche solo a quanto sia diffusa la violenza (di ogni tipo) sulle donne nel nostro paese e di come questo possa innestarsi negativamente col nostro discorso.
    quindi partiamo almeno dalla legge, che ne abbiamo una eccellente forse anche troppo evoluta per la nostra cultura media, e cerchiamo di progredire a partire da chi fa divulgazione e informazione

  3. pierpa

    Leggo finalmente, con colpevole ritardo, l’intero post. Non posso che confermare l’impianto da te ricostruito, che appare lineare e inattaccabile dal punto di vista giuridico. I rischi, come sottolinei, sono davvero sconosciuti ai più, che usano piattaforme pubbliche (Friendfeed) o “para”pubbliche (come Facebook o altre piattaforme social come LinkedIn) con leggera incoscienza. Per esempio, si è mai pensato al dipendente di un’azienda che ha l’abitudine di cinguettare – magari con aggiornamento su facebook – quello che fa, le persone che incontra, le riunioni noiose alle quali partecipa, ecc. ecc. Possibili conseguenze? Provvedimenti disciplinari a go-go e danni per l’azienda.
    Ormai, la competitive intelligence è un’attività alla portata di chiunque sappia cercare informazioni e sia dotato di una media intelligenza, esattamente quella che sembra essere sparita da chi lascia troppe informazioni in giro, esponendosi a pratiche illecite quali quelle da te descritte.

  4. Luca Alagna Post author

    @pierpa ti ringrazio e aggiungo una cosa a cui mi hai fatto pensare.
    nonostante la nostra legge sulla privacy sia una delle più evolute (anche se il nostro tallone d’achille sono sempre i controllori) non riesce a stare al passo con le innovazioni nel mondo di comunicare, come adesso il lifestreaming.
    o si aggiorna rapidamente la legge, con il rischio che ridiventi obsoleta in poco tempo, o serve un approccio diverso.

    magari quello di trattare i media sociali come fenomeno a se stante (invece dell’analogia a qualche altro media) e fornire quindi strumenti di difesa per i cittadini…

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