il suicidio del made in italy

by Luca Alagna

Il tanto discusso declino economico dell’Italia non sembra stia invertendo la rotta, nonostante qualche “buon intertempo” ogni tanto o qualche dato che saltuariamente torna su.
I nostri concorrenti globali, nonostante la crisi, hanno un altro passo e la cosa sorprende perchè nessun altro paese al mondo ha le potenzialità dell’Italia di resistere alla recessione con la sua qualità e unicità, il made in italy.
Per esempio è proprio nei periodi di crisi in cui i beni di lusso e superlusso (in cui noi italiani siamo maestri) trovano nuova spinta (come è accaduto nella prima metà degli anni 2000) e in questo l’euro forte e il caro petrolio - uguali per tutti - non risultano un ostacolo determinante, anzi.
Quello che sta accadendo invece è che stiamo uccidendo noi stessi il made in italy con l’indifferenza, soffocando la qualità.
Non tuteliamo i nostri punti di forza, quelli che danno davvero da mangiare a questa penisola, e che una volta trasformati in puro marchio possono essere delocalizzati ovunque dalla Polonia alla Romania alla Cina.
Il lavoro diventa sempre più precario non per qualche strana esigenza innovativa ma perchè ce n’è sempre di meno in italia: o si produce altrove o quelli che producono sono sempre di meno e sempre più grandi e sfruttano le economie di scala.
La legge del più forte - senza regole - che in altre economie, a cui noi spesso guardiamo ossessivamente, produce benefici effetti darwiniani nel nostro delicato sistema distrugge tutto, trasformando l’oro in sterco.
Il vino dovrebbe essere il nostro petrolio eppure permettiamo che accadano truffe scandalose come quella sul vino adulterato, le mozzarelle dovrebbero essere le nostre pepite d’oro eppure lasciamo che si adombrino sospetti planetari addirittura sulla loro tossicità.
Dove vengono fabbricate prevalentemente le auto made in italy? dove viene realmente prodotta e confezionata la nostra moda?
Quanta parte di questi immensi fatturati di settore circola poi davvero in Italia?
Guardate a cosa è stato costretto il presidente di una delle province più rinomate in Italia e nel mondo in fatto di mozzarelle, prodotti caseari e agricoltura.
Invece di esportare mozzarella in giro per il mondo, magari aiutati dalla tecnologia, chiudiamo gli stabilimenti (salvando i marchi).
Forse non ci sta convenendo un granchè perdere le nostre mille preziose identità in favore di un’omologazione finanziariamente (e tatticamente) efficiente che però ci fa competere nel mondo con le armi spuntate.

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2 Responses to “il suicidio del made in italy”

  1. antoniocontent Says:

    ma soprattutto, da noi chi lavora (invece di provare a fare soldi speculando) è come chi, negli stati uniti, è obeso o fuma: da punire, da emarginare

    alla fine il problema è tutto lì: da noi lavorare è considerata una cosa di cui vergognarsi, quasi una perdita di tempo

    la cosa affascinante è che i lavori creativi si stanno spostando tutti nel no-profit, così che chi fa arte, cinema, spettacolo, letteratura non viene pagato

    e il risultato è che:

    1) i prodotti del lavoro creativo sono inzialmente filtrati dal reddito dell’autore: solo “chi può permettersi” di essere creativo (perchè è mantenuto, o ha un lavoro remunerativo ma poco impegnativo, o perchè specula affittando l’appartamentino lasciato da papà) viene inesorabilmente assorbito dal vortice dell’arte - e ovviamente, trattandosi di una selezione sulla base del reddito, e non sulla base del talento, il risultato è che molto spesso il prodotto è ciarpame allo stato puro . ma siccome gli interlocutori sono omologhi dei creatori, il ciarpame non viene riconosciuto come tale. così è tutto un fiorire di associazioni culturali, mostre, eventi a vago sfondo sociale o persino benefico, che ruotano tutti intorno al “ciarpame prodotto da chi ha tempo per raschiare il barile del proprio inesistente talento”. Meno male che almeno su internet esistono i filtri per raggiungere facilmente le reali “opere dell’ingegno”… :-)
    2) la stragrande maggioranza delle persone, che ovviamente non ha nè il tempo nè il denaro per potersi dedicare alle attività creative dedicano sempre più il restante tempo libero alla fruizione passiva del becerume offerto in modo del tutto fungibile dai mainstream media…ed è un peccato perchè almeno statisticamente ci sarebbe molto più talento tra di loro rispetto a quelli citati al punto 1)

    a

  2. Carolina Ramos Says:

    È proprio nell’era globalizzata che la tipicità e il legame con il territorio trova la sua ragione d’essere, proprio perché ci sono più pubblici interessati alle varietà culturali e territoriali, e proprio perché mai come adesso c’è stata la possibilità per le culture di “intercomunicare” così rapidamente e approfonditamente grazie al cibo . Gli scandali sul “vino adulterato” sono stati ingigantiti, come accade spesso, dai mass media (leggasi L’Espresso in primis), che, pur di vendere e di creare scalpore, sono capaci di darsi la zappa ai piedi da soli. Sì, perché rovinare (o tentare di) un prodotto tipico che si è costruito nell’arco dei secoli per episodi puntuali come questi è da cretini e a lungo andare non giova nessuno. Soprattutto se si fa, guarda caso, nel mese di Vinitaly… Non voglio assolutamente sminuire le scorrettezze che sono state fatte, ma sicuramente c’è molto da imparare da, ad esempio, i francesi per quanto riguarda la comunicazione e il marketing enogastronomici.

    Un saluto.

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